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l’enigma di Kaspar Hauser

Il lunedì di Pentecoste del 26 maggio del 1828, tra le quattro e le cinque di sera, un ragazzo malfermo e malvestito apparve nei pressi di Norimberga. Ripeteva poche parole e reagiva scompostamente alle sollecitazioni sensoriali. Aveva con sé una lettera indirizzata a un capitano di cavalleria del VI reggimento dei cavalieri di Norimberga.

Il ragazzo non sapeva e non diceva nulla di sé. Delle cinquanta parole di cui era composto il suo lessico, alcune ritornavano ossessivamente: Reuta worn e Woas nit, espressioni dialettali che significano “diventare cavalleggero” e “non so”. Quando gli diedero una penna, l’unica cosa che scrisse, e che sapeva scrivere, era il suo nome: Kaspar Hauser.

Fu preso sin da subito per un impostore e un furbo. Per questo venne rinchiuso nel carcere di Norimberga, dove divenne una sorta di curiosità cittadina. Tra i curiosi, vi fu il barone von Feuerbach, l’unico che prestò autentica attenzione al fenomeno del giovane selvatico. Scrisse un libro che fondò la leggenda di Kaspar Hauser. Il ragazzo seppur selvatico e analfabeta sembrava avere doti naturali e un carattere nobile. Il barone avanzò la tesi che il giovane fosse il figlio di una nobile famiglia fatto sparire in tenera età per escluderlo dall’asse ereditario.

Grazie all’intercessione di von Feuerbach, Kaspar Hauser fu indirizzato a un tutore che gli insegnò a leggere e scrivere. Fu così che si apprese, per penna dello stesso Hauser, la sua storia che lo vede segregato per anni sotto terra, al buio, senza mai vedere essere umano, unici compagni due cavallucci e un cane di legno. Poco prima di trovare la libertà, uno sconosciuto a lui mai rivelatosi gli insegnò a scrivere il suo nome.
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Kaspar Hauser, a riprova della sua versione, soffriva la luce del sole, non riusciva a ingerire altro che pane e acqua, rigettando anche il latte. Il suo scritto impensierì qualcuno e Kaspar Hauser venne prima colpito con una scure e qualche tempo dopo fu assassinato. Non si trovò mai il colpevole.
La storia di Kaspar Hauser, il cosiddetto bambino d’Europa, è stata raccontata, discussa, analizzata, interpretata da una miriade di scritti (3 mila libri e 14 mila articoli), decine di rappresentazioni teatrali e diversi film, di cui il più famoso, L’enigma di Kaspar Hauser, porta la firma di Werner Herzog.

Non meno alieno, per il cinema italiano, è la composizione del casting del film che riunisce attori di esperienze e retaggi diversi, a partire da Silvia Calderoni, corpo iconico della scena del teatro di ricerca italiano, premio Ubu, già attrice feticcio dei Motus, prima ancora del Teatro Valdoca. Manuli la affianca a una star del cinema indie-americano, Vincent Gallo, attore e regista, personaggio tra i più eccentrici e appartati, da taluni discusso per le sue idee radicali, capace di volare da Abel Ferrara a Emir Kusturica. Manuli poi ricorre alla sicura arte di Fabrizio Gifuni, attore eclettico di teatro cinema e televisione, già in BBeket mentre osa scegliendo Claudia Gerini, attrice del cinema italiano, molto coraggiosa nel mettersi alla prova.

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